lunedì 3 ottobre 2016

Io e Ewan McGregor alle prese con Pastorale americana


"Pastorale Americana", celebre romanzo di Philip Roth, diventerà un film. Ewan McGregor, alla sua prima esperienza da regista, interpreterà anche Seymour lo "Svedese" - I particolari, il romanzo e il trailer.

"Non ero così eccitato dal giorno in cui mi hanno offerto la parte dell’apprendista Obi-Wan Kenobi in Star Wars", sorride McGregor. L'attore di Trainspotting diventa regista prima di sgusciare nella trasposizione di Porno, per mano di Danny Boyle.

Tratto dal romanzo del premio Pulitzer Philip Roth, anno 1997 ("Pastorale americana è un romanzo di quattrocento pagine che finisce con un punto interrogativo" scriverà il New Yorker), il film di Ewan McGregor - dal 20 ottobre distribuito da Eagle Pictures - mette in scena le contraddizioni del conflitto in Vietnam, esplose negli Stati Uniti degli anni Sessanta, e le fa scivolare nella normalità di una famiglia di "tre generazioni innamorate dell'America". McGregor interpreta Seymour "Swede" Levov - nella comunità ebraica di Newark tutti lo conoscono come "lo Svedese” - ed è in buona compagnia: dalla premio Oscar Jennifer Connelly a David Strathairn, da Dakota Fanning a Uzo Aduba (Orange Is the New Black). "Mi interessa lo scontro di prospettive. Trovo attuale la fine del sogno americano" spiega. Il suo personaggio ha una vita perfetta: negli anni Cinquanta sposa Miss New Jersey, il lavoro nella fabbrica del padre porta frutti e a un certo punto sboccia Merry, figlia cagionevole e balbuziente, destinata a diventare una violenta radicale. "American Pastoral è una sorta di documentario sulla guerra in casa" racconta McGregor che, nel quadro, inserisce anche l’ex compagno di classe di Seymour, alter ego di Roth, Nathan Zuckerman (Strathairn). Durante una réunion liceale, Zuckerman si rimette al passo con il fratello di Seymour, Jerry (Rupert Evans), e scopre la vera storia del vecchio amico.
Io per pura coincidenza sto leggendo, confesso con fatica, il romanzo pescato fra i classici che Repubblica allegava al giornale qualche anno fa che prendono la polvere nella libreria.

Romanzo strutturalmente complesso, che inizia in prima persona per cedere gradualmente la scena a Seymour Levov, lo Svedese (“il più grande atleta nella storia del liceo di Weequahic”), incarnazione del sogno americano e mito dei ricordi giovanili dell'io narrante.
Le lunghe digressioni, che fanno luce sul periodo storico e sul background socio-culturale in cui si muovono i protagonisti, se da un lato appesantiscono un po' la narrazione dall'altro trasmettono tutta l'ispirazione dello scrittore per la storia che narra, nonché la sua capacità di districarsi mirabilmente negli intrecci narrativi.
Chiusa l'ultima pagina, viene spontaneo tornare alle prime e a un Seymour Levov imprenditore di successo e uomo tutto d'un pezzo, in apparenza soddisfatto da un'esistenza che scorre su binari impostati nel segno di uno splendido, rassicurante conformismo, rileggere quelle pagine quando si è conosciuta la profonda drammaticità del personaggio senza maschera fa tutt'altro effetto, e sta soprattutto qui l'originalità e la grandezza del romanzo.
Convinti, a torto o a ragione, della buona fede dello Svedese, si finisce per empatizzare con lui al punto da chiedersi dove sta l'inghippo, cos'è che non ha funzionato in una vita dove tutto sembrava dover filare per il verso giusto.
E invece no, perché ogni circostanza esteriore, oltre ad essere un opinabile punto di vista, è anche soggetta agli imprevisti del caso: “Aveva imparato la lezione peggiore che la vita possa insegnare: che non c'è un senso”.
Da antologia l'ultima parte, una cena fra parenti, amici e amanti dove sregolatezza e integrità, realtà e finzione sembrano battersi come pugili su un ring: prima l'abbraccio, poi l'affondo finale.
“Levov lo Svedese, sfuggito ai colpi dell'ariete che è questo mondo per galleggiare a mezz'aria e sognare, sognare, sognare sogni impotenti”.

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